- Copertina Il Quinto Stato

Classe cognitiva

La recensione del libro Il quinto stato di Adam Arvidsson per Doppiozero

Il Quinto Stato, scritto da Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, suggerisce un’ipotesi di rilevanza storica: i lavoratori del sapere stanno acquisendo una coscienza di classe?

Il proliferare di spazi di co-working, l’emergere di una nuova economia peer-to-peer, il successo delle piattaforme di sharing (non solo in Italia ma anche nel resto dell’Europa, negli Stati Uniti e in molti paesi asiatici come la Thailandia, le Filippine e la Malesia) fanno pensare che i lavoratori del sapere – ridotti in uno stato precario dall’impatto combinato della crisi dell’economia del sapere e della sovrapproduzione di laureati – stanno adesso reagendo attraverso l’elaborazione di nuove forme di organizzazione, di una propria visione del mondo e, forse, di una propria prospettiva politica.

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Poco al lavoro, molto al mercato: la sharing economy all’italiana

On demand economy. Presentata una proposta di legge di un intergruppo parlamentare: prima analisi di una novità normativa al momento unica nell’Unione Europea. Se il “Jobs Act delle partite Iva” non nomina l’economia della condivisione, questa proposta non chiarisce i problemi del lavoro indipendente. A cominciare dalla libertà di associazione dei freleance nei coworking e fablab.

Da ieri fino al 31 maggio sulla piattaforma Making Speeches Talk sarà possibile consultare e commentare la prima proposta di legge sulla regolamentazione della sharing economy in Italia. L’hanno presentata ieri in una conferenza stampa alla camera Veronica Tentori (Pd), Antonio Palmieri (FI), Ivan Catalano e Stefano Quintarelli (Gruppo Misto), tra i firmatari della proposta e membri di un intergruppo parlamentare che si occupato da un anno dello sharing economy act, la prima norma quadro di questo genere in Europa. Al termine della consultazione i 10 firmatari della proposta sperano «nell’ascolto e nell’accordo del governo».
L’analisi della proposta di legge è di Roberto Ciccarelli, pubblicata il 3 marzo sul quotidiano il Manifesto.

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 - Liz Elam

Le 10 migliori previsioni sulla sharing economy… Coworking

Il movimento della condivisione o sharing economy si sta evolvendo velocemente ed in molte direzioni.

La crescita delle cooperative di lavoratori basate su piattaforme digitali (platform cooperativism), una maggiore consapevolezza dei beni comuni, l’evoluzione del coworking, l’esplosione di servizi condivisi permessi grazie alla tecnologia ed altro ancora, stanno aprendo frontiere promettenti se non addirittura una sfida.
Cosa porterà il 2016?

Cat Johnson di Shereable, lo ha chiesto a 10 esperti del settore. L’articolo è stato tradotto in italiano dalla redazione di Chefare e pubblicato il 2 marzo 2016.

 

Qui la previsione di Liz Elam, produttrice esecutiva della Global Coworking Unconference Conference (GCUC)

Ho guardato il mondo del coworking per sette anni e ho usato l’analogia dell’onda per descriverne il movimento.
 Quest’onda ha oscillato avanti e indietro per sette anni e nel 2016 l’onda monterà.

– La raccolta fondi, che è sempre stato un problema per i piccoli attori nel coworking, si diffonderà
.

– Nel mercato entreranno numerosi franchising di coworking.

– Assisteremo a molteplici ingressi nel mercato dei software e delle app costruite per gestire lo spazio e connettere i membri del coworking.

– Stiamo finalmente vedendo dei mobili progettati appositamente per questo mercato.

– Tutta la crescita esplosiva arriverà dall’Estremo Oriente (soprattutto da Cina e India)

– Il coworking rurale o suburbano diventerà finalmente realtà.

Ho giocato la mia carriera su questo movimento e non ho alcun dubbio di aver preso l’onda giusta!

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Coworking e Fablab: quale direzione?

di Maurizio Busacca

Negli ultimi tre anni si è scritto molto e detto ancor di più su coworking e fablab. Come vediamo accadere con un’intensità crescente, anche qui alcune singole pratiche sono dapprima state assunte all’interno di importanti documenti di policy e rapidamente sono riprecipitate nella realtà con volumi aumentati.

Sono stati presentati come due tra i fenomeni più innovativi nei campi della produzione immateriale e materiale a livello globale ed enfatizzando questa dimensione sono state perlopiù messe in ombra alcune criticità in termini di efficacia (se tra i fablab prevale l’operatività didattica e divulgativa è anche perché non è ancora stato individuato il quid che li renderebbe appetibili per le imprese), efficienza (se molti coworking stanno virando verso il modello del business center è perché non sempre la troppa condivisione funziona) e impatto (al di fuori di ristrette cerchie di settore le persone continuano a non sapere cosa sono e come funzionano). A queste va aggiunto anche un comune problema di sostenibilità, che attualmente impone a molti promotori di coworking e fablab regimi retributivi bassissimi quando non nulli. Di tutto questo si è scritto e detto ancora troppo poco. Invece siamo stati bombardati da due favole che, al netto dei necessari adattamenti, potrebbero contendere il primato a Frozen.

Nella prima… C’era una volta una società della conoscenza nella quale la produttività, che era potere, dipendeva dalla capacità di produrre e utilizzare informazioni e saperi che a loro volta scaturivano nell’ambito di processi complessi di interazione. Il coworking veniva allora identificato una delle più efficaci forme di governo della produttività.
Nella seconda… C’era un volta un mondo nel quale il problema non era più trovare modi sempre più efficaci per produrre, ma di trovare modi sempre nuovi di far assorbire una tale capacità produttiva. Il potere non risiedeva più nella produzione di massa ma nella personalizzazione di massa e il Fablab era identificato come principe di questo nuovo regno.

Una volta… non è più oggi? Da qualche mese è diminuita l’intensità, ancora elevata, con la quale il discorso pubblico ha raccontato queste favole (che come ogni favola avevano un ancoraggio morale alla realtà) e si sono aperte le prime crepe, che hanno preso la forma di critiche ai poteri demiurgici dei due fenomeni.

Il discorso sui coworking e i fablab è già avviato ad una fase calante? È iniziata la corsa ad intercettare il prossimo trendy-topic? Se sì, ci stiamo esponendo al rischio di buttare via, assieme alle retoriche e alle réclame che in questi anni hanno accompagnato l’onda, quanto di sensato e strategico c’era, in comune, nei due discorsi in relazione al rapporto tra interazione sociale (conflittuale oltre che cooperativa e collaborativa) e innovazione.
Per questa ragione, prima di raggiungere il punto di oblio, potrebbe valere la pensa rispondere ad altre due domande: C’è qualcosa in quei discorsi che dovremmo salvaguardare? Se sì, chi potrebbe farsene carico?

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Pubblicato il 23 febbraio 2016

 
 - coworking dal alto

Come funziona un coworking?

Il coworking è un luogo di incontro e di lavoro che aggrega professionalità di diversi settori. Nasce per i freelancer, per coloro che solitamente lavorano da soli da casa o nei bar. Lo scopo è offrire spazi e servizi che aiutino i piccoli imprenditori a crescere stando in continuo contatto con altri che operano nello stesso campo o in altri settori, favorendo così nuove opportunità di lavoro e permettendo la nascita di nuovi progetti.

In un coworking si possono trovare postazioni open space per lavorare, sale riunioni, wifi, sale eventi, spazi dove rilassarsi ed incontrarsi e luoghi dove scambiare due chiacchiere e contaminarsi.
Ciò che rende unico uno spazio di coworking è la condivisione, degli spazi fino alle idee. E’ un nuovo modo di lavorare, che ha rivoluzionato completamente il concetto di competizione tra aziende, che preferiscono invece collaborare tra loro.

Davide Dattoli
pubblicato il 20 gennaio 2015 su italiani.digital